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MUSEI DI BERGAMO

 

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Museo Storico di Bergamo

 

Il Museo Storico di Bergamo si trova in Città Alta, all’interno della Rocca per la sezione espositiva ottocentesca (1797-1870), mentre gli uffici, la biblioteca, gli archivi sono collocati nell’ex convento di San Francesco che offre, anche, ampi spazi per manifestazioni e mostre temporanee.
L’edificio che ospita il museo vero e proprio, la cosiddetta Scuola Bombardieri, fu costruito dentro il mastio della rocca nel XV secolo durante la dominazione veneziana.

Il complesso fortificato della Rocca, la cui costruzione iniziò nel 1331, era destinato a ospitare il comando di Giovanni del Lussemburgo, Re di Boemia e di Polonia.
Il periodo storico in cui si svolse la costruzione della Rocca, era particolarmente travagliato e convulso a causa della lotte intestine fra le fazioni avverse del Guelfi e dei Ghibellini, e in questo contesto Bergamo, al pari di altre città, si diede, il 5 febbraio 1331, a Giovanni del Lussemburgo nella speranza che un potere forte esterno potesse portare a una pacificazione generale.
Il tentativo del re boemo si rivelò effimero di fronte all’incalzare del potere emergente dei Visconti sotto la cui signoria Bergamo cadde nel 1332.
Azzone Visconti completò nel 1336 la Rocca la cui funzione difensiva fu poi esaltata dalla costruzione della Cittadella in un sistema difensivo rivolto non solo verso l'esterno ma anche verso l’interno contro qualsiasi velleità di ribellione.
Alla signoria viscontea successe nell'ottobre 1427 la dominazione della Serenissima che, dopo la vittoria della battaglia di Maclodio del successivo 11 ottobre, ebbe, con la Pace di Ferrara del 19 aprile 1428, il riconoscimento formale del proprio dominio su Bergamo e sul suo territorio.
Venezia potenziò con nuove addizioni il complesso fortificato della Rocca costruendovi il torrione circolare che tuttora la caratterizza e al suo interno l’edificio destinato all’alloggio dei granatieri.

Il potenziamento difensivo veneziano della Rocca si inserì in un progetto di più ampio respiro che, con la costruzione nella città bassa di un perimetro difensivo, le Muraine, il cui resto più vistoso è la Torre del Galgario e successivamente, dal 1561 al 1588, di una poderosa cintura bastionata attorno ai colli di città alta trasformò Bergamo in una fortezza.
Alla fine del XVIII secolo Bergamo, sotto la spinta del vento della Rivoluzione francese, si sollevò contro Venezia e prima fra le città sotto dominio veneto si costituì, il 13 marzo 1797, in repubblica autonoma.
La Rocca mantenne la propria funzione militare sia dopo l’ingresso a Bergamo delle truppe di Napoleone, fine dicembre 1796, che scardinò, oltre quello europeo, il sistema geopolitico veneziano, sia successivamente, dal 1814, con gli Austriaci che la terranno fino alla liberazione di Bergamo da parte di Garibaldi l’8 giugno 1859.

Negli anni 1927/33 il complesso, ormai di proprietà del Comune di Bergamo, fu sottoposto a un restauro teso a riportarlo al suo aspetto medievale restituendolo come oggi può essere visto e facendone al tempo stesso il luogo della memoria della storia risorgimentale bergamasca.
Per la sua storia e per la sua architettura fu ritenuto il sito ideale per conservare e celebrare le testimonianze della partecipazione della comunità orobica alla lotta per l’indipendenza e l’unità d’Italia.
L’edificio all’interno del mastio, già Scuola dei Bombardieri, ospita dal 7 maggio 2004 l’attuale Museo Storico di Bergamo, erede del Civico Museo e Archivio del Risorgimento costituito nel 1917.

Museo non come vetrina di muti reperti storici autoreferenziali ma rappresentazione dell'intervento popolare bergamasco nella costruzione dell’Italia risorgimentale: testimonianza quindi del cammino storico di una comunità nel periodo 1797-1870 con particolare riguardo all’elemento umano che ne era stato artefice e protagonista, specie con la partecipazione volontaria all’avventura garibaldina percepita, come pietra angolare dell’unità nazionale. « Il Risorgimento come exemplum, come catarsi di tutto un popolo, in cui potere coniugare il sentirsi italiani con la nazione e lo stato, elementi questi ultimi due considerati come fini supremi ed entità assolute slegate da ogni vincolo ideologico. »
(Ex Studi del Museo Storico di Bergamo)
Al contempo celebrazione del suo mito, il cui simbolo è la camicia rossa, che nel Novecento « entra ormai codificato e consolidato, parte integrante della pedagogia della patria »
(Ibid.)
La memoria come conoscenza è perseguita dal Museo attraverso i Servizi Educativi che hanno predisposto percorsi per le scuole di ogni ordine e grado.

I documenti esposti testimoniano i momenti più significativi della storia risorgimentale bergamasca fino alla raggiunta unità d’Italia, con puntuali riferimenti alla storia nazionale ed europea. Opere pittoriche, marmi, bronzi, ricostruzioni d’ambiente e schede asportabili accompagnano il visitatore spiegandogli gli avvenimenti cui si riferiscono, quasi facendoglieli rivivere.
Alcuni di essi assumono l’aspetto delle curiosità senza, tuttavia, perdere il proprio contenuto documentale, rendendone con ciò più piacevole e meno accademica la visione, specialmente da parte dei più giovani, come nel caso dell’esposizione della rivoltella regalata da Garibaldi al giovane garibaldino Dionigi Zanchi.
Postazioni multimediali e macchine del tempo opportunamente collocate facilitano la comprensione degli avvenimenti illustrati.
Fin dall’inizio del percorso museale la ricostruzione dell’Albero della Libertà indica, con tutta la carica simbolica che emana, lo spirito informatore dell’esposizione museale: la partecipazione della comunità locale a quella rottura storica che sostanzierà il risorgimento italiano e la sua celebrazione.
Particolarmente interessanti sono le testimonianze relative ai volontari bergamaschi della spedizione garibaldina, accorsi in numero tale da fare meritare a Bergamo il titolo ufficiale di Città dei Mille, 20 gennaio 1960.

« La rappresentazione dell'epopea dei Mille avviene attraverso astrazioni simboliche fortemente connotate, tramandate non solo dall'iconografia ufficiale (Garibaldi a cavallo, la presa di Palermo ecc), ma anche dal mito popolare (le camicie rosse, attestati e diplomi di partecipazione alla Spedizione, ecc). »
(Ibid.)

I bergamaschi che risposero all’appello che Garibaldi aveva lanciato dal suo quartiere generale di Lovere furono 174 volontari che si presentarono, a partire dall’aprile del 1860, all’arruolamento condotto da Francesco Cucchi e Francesco Nullo, figure fra le più emblematiche del Risorgimento bergamasco.
I volontari prevalentemente giovani, alcuni giovanissimi, appartenevano a tutte le classi sociali e in maggioranza provenivano dalla città. Secondo dati ufficiali, rilevati dagli studi del Museo Storico di Bergamo, il 18% aveva un’età tra i 13 e i 18 anni, il 42 % tra 19 e 22, il 27% tra 23 e 30 e solo il 13 % oltre i 31. Il 62 % era nato nella città, il 31 % nella provincia e il 7 % era costituito da immigrati. Il 39 % era composto da operai e artigiani, il 18 % da impiegati e intellettuali, il 16 % da studenti, il 10 % da abbienti, industriali e commercianti, il 5 % da soldati e del resto, il 12, non si ha la qualifica.
Dall’analisi dei dati si evidenzia la partecipazione popolare e al tempo stesso l’assenza di provenienti dal mondo agricolo, l’unico assente in questa avventura. Questa massiccia partecipazione popolare fu catalizzata « […] da un mondo composto essenzialmente da astrazioni simboliche fortemente connotate e a noi tramandate non solo dall’iconografia ufficiale ma anche dal mito popolare »
(Ibid.)
Le giubbe dei Cacciatori delle Alpi e specialmente l’abbigliamento garibaldino perdono nella propria semplicità ogni connotazione retorica per ritornare a essere oggetti vissuti in un particolare momento storico.
I protagonisti sono presenti attraverso i quadri, le sculture, gli oggetti, interessanti anche sotto l’aspetto artistico oltre che documentale: si riconoscono in alcune opere nomi altrimenti conosciuti, quasi in maniera virtuale, solo come titoli di vie o piazze.

Notevoli i busti marmorei di Gabriele Camozzi (Bergamo, 1823-Dalmine, 1869), della moglie Alba Coralli (1818-1886), di Francesco Nullo (Bergamo, 1 maggio 1826-Krzykawka, Polonia, 5 maggio 1863), quelli bronzei di Daniele Piccinini (Pradalunga, 3 giugno 1830-Tagliacozzo, 9 agosto 1989) e di Vittore Tasca (Bergamo, 7 settembre 1821-1891) tutti patrioti risorgimentali bergamaschi, protagonisti di primo piano.
Molti esponenti delle famiglie coinvolte nel settore serico parteciparono al movimento risorgimentale per motivi ideali ma anche per l'aspettativa di un mercato nazionale unico privo di barriere doganali interne in cui esportare quello che era chiamato l'oro dei bergamaschi, la seta.
Il percorso didascalico del museo si completa attraverso mappe, manifesti d’epoca e documenti originali, e per la parte economica attraverso la descrizione della produzione della seta e la ricostruzione di una sua filanda, attività industriale particolarmente importante nella Bergamo dell'epoca.

 

 

Casa Museo Fantoni

L’antica casa-bottega degli scultori Fantoni è situata nel centro storico di Rovetta, nell'alta Valle Seriana. Conserva un ricchissimo patrimonio di opere e di testimonianze artistiche e documentarie derivato dall’attività delle diverse generazioni di artisti della famiglia, che operarono con continuità per quasi quattro secoli, tra il XV e il XIX secolo. La loro produzione tra Seicento e Settecento annovera un eccezionale numero di realizzazioni sacre e profane diffuse in territorio bergamasco e bresciano, con un repertorio che abbraccia praticamente ogni tipo di arredo religioso e di immagine devozionale e che arriva ad affrontare la grande scala architettonica con la progettazione e l’esecuzione di alcuni edifici chiesastici. Presso la bottega di Rovetta sono rimasti, a documentare le diverse fasi di ideazione e di produzione di opere in legno e marmo, i disegni e i modelli in legno e terracotta eseguiti nelle fasi di studio, i progetti talora sottoscritti dalla committenza per accettazione e i disegni esecutivi a spolvero e le sagome destinati ai lavoranti. Il corpus dei disegni annovera, oltre ai progetti e ai modelli elaborati dalle diverse generazioni dei maestri Fantoni, fondi grafici provenienti da altri ambienti artistici, entrati a scopo di aggiornamento nei repertori della bottega nel corso della sua attività e accresciuti successivamente dalle ambizioni collezionistiche di alcuni esponenti della famiglia. Nelle raccolte non mancano opere in legno e marmo eseguite tra la metà del Seicento e la fine del Settecento. Alle collezioni artistiche si affianca un fondo di grande interesse storico costituito da un ricchissimo archivio di memorie, contratti di lavoro, epistolari e notizie sulle opere e sui processi di produzione. Le testimonianze documentarie sono completate dai libri mastri riguardanti l'attività e la gestione economica della bottega. Questo importante patrimonio d'arte e di storia è stato custodito dai discendenti dei maestri ed è quindi confluito nelle raccolte della Fondazione Fantoni, istituita nel 1968 per volontà del dott. Giuseppe Fantoni. La Fondazione ha come finalità la conservazione, lo studio e la promozione dei suoi beni artistici e storici. Oltre a questo impegno specifico di carattere culturale ed educativo si propone come centro di ricerca storica, artistica ed etnografica sul territorio, facendosi promotrice di iniziative volte alla conoscenza e alla rivalutazione della cultura locale.

Le collezioni artistiche della Fondazione Fantoni sono presentate al pubblico nella cornice degli antichi ambienti di vita e di lavoro della bottega, col preciso intento di mantenere vivo il rapporto tra i manufatti artistici proposti ed il luogo della loro produzione. Ogni anno viene presentata una rassegna tematica di approfondimento che permette al pubblico di ammirare un numero sempre maggiore di esemplari e di meglio conoscere la produzione della bottega e la cultura artistica dei suoi esponenti. La visita della casa-museo e delle sue collezioni può essere completata con la visione di alcuni video tematici. Negli spazi esterni dell’edificio vengono allestite periodicamente esposizioni temporanee legate alla cultura locale nei suoi aspetti storici, artistici ed etnografici e l’ampio cortile interno ospita regolarmente nel periodo estivo concerti ed eventi culturali.

 

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